E’ da un po’ che non scrivo più su The Venetian. Stanno succedendo tante cose nuove in questi primi mesi dell’anno, ma come sempre non riesco a raccontarle, né a parole né per iscritto. Questo è stato sempre uno dei miei più grandi difetti da quando ho otto anni. Le mie peripezie se ne vanno e con loro anche i miei propositi e le angosce del momento senza che io realizzi che al centro di quel racconto c’ero solo io e che nessun altro ne potrà fare filo da tessere. Per tanti anni ho anche pensato che il passato non avesse bisogno di essere nominato perché il corpo con i suoi movimenti lo avrebbe fatto da sé, senza quelle artificiose interpretazioni che sono insite nei meccanismi logici della parola scritta o parlata e che fanno delle nostre vite calcare superfluo. Tutto quello che abbiamo provato con sincerità e tutto quello in cui abbiamo creduto profondamente è in qualche movimento del nostro viso, gomito e piede ed emerge come un zampillo di acqua fresca anche quando vorremmo che non ci fosse, che non facesse più parte di noi. Fino a poco tempo fa pensavo che tutte le esperienze fossero scritte inconsciamente nel nostro attuale modo di essere, e che la narrazione della parola ne avrebbe solo sminuito la forza e autenticità. Ora comincio a pensare di aver abusato del mio corpo, di non averlo rispettato abbastanza mentre lasciavo che cicatrici e movimenti lo forgiassero piano pianino senza mai un rimprovero della mente o l’esitare di una  penna. Ora comincio a pensare che la vita sia forse troppo ricca per poter bersagliare il nostro corpo senza il setaccio indiscreto della parola che ammorbidisce e attutisce i colpi della felicità e della delusione sui nostri fragili corpi. Ciononostante, il solo pensiero di dover stendere, uno in fila all’altro, quello che sento e vedo mi fa sentire impotente, ansiosa. Ho la sensazione di chiudere un cerchio che cerchio non è. Qualcosa mi frena e questo suo esitare mi dà fiducia e serenità. Ma per ora voglio provare a sforzarmi un po’ ed eccomi qua a scrivere qualcosina.

Mi sono innamorata. A prima vista. Di nuovo. Non so perché ho un cuore così vivace e mi rattrista pensare di non avere mai un po’ di tregua. Si chiama Carmela e ha un corpo scolpito dalla dolcezza, sguardo forte e movimenti sicuri. Vorrei tanto poterglielo dire come ho sempre fatto in passato, spaventando la gente con la forza dei miei sentimenti, puri e violenti. Ma non questa volta. Non voglio più fare questo errore. Anche se non nego di aver già contattato la mia carissima amica Anna che ha una fioreria a ben un’ora da casa, per chiederle di consegnare il più bel mazzo di fiori a Carmela e di riferirmi la sua reazione e quella dei suoi colleghi di lavoro. Anna è così gentile nei modi e l’ho immaginata più volte avvicinarsi a lei pronunciando il suo nome con grande curiosità, porgendole tra le mani il mio bigliettino amoroso. Sarà poi mai la scelta più indiscreta? Forse sì, ma mai quanto la sua presenza nelle mie giornate. La vedo e la guardo e per il resto della giornata non faccio nient’altro. E quindi non le manderò nemmeno quei fiori, per adesso. Credo le piacciano le donne perché dal suo sguardo intenso e silente lascia trapelare dell’imbarazzo che le donne eterosessuali non hanno. Ma poi ogni giorno i suoi atteggiamenti mi sembrano sempre più complicati e sempre più intriganti che non saprei dirlo con convinzione.

La desidero e la temo come i petali di una margherita.

L’ho fatta ridere più di una volta per delle cose che non ho fatto di proposito. Qualche giorno fa ci siamo scontrate all’angolo e io per non andarle completamente addosso ho tenuto le mani in alto. Volevo dirle scusa ma avevo in bocca un foglio di carta. Non so bene perché me l’ero messo proprio in bocca, ma la gente esagitata come me sa bene a cosa mi riferisco quando dico che non so perché l’ho fatto. La mia faccia così in difficoltà, per essermela trovata davanti, così vicina ai miei occhi per un solo attimo e per quel maledetto foglietto che tenevo tra le labbra senza avere la possibilità di dirle nulla, l’ha fatta sorridere in modo molto discreto.Credo di essere buffa per lei. E credo che la cosa non mi piaccia poi molto.

Il 26 Febbraio a Milano per la commemorazione della morte del mitico Bill Hicks ho fatto il mio primo pezzo sul palco da Stand Up Comedian. Era un pezzo su chi si occupa di “Economia e Marketing” e sul loro modo di parlare con tutto quel lessico di marketing in inglese. Io non li sopporto proprio perché per loro il linguaggio è solamente brand e il loro più grande sogno è quello di vestirsi casual il venerdì in azienda. E’ andata molto bene anche se avevo un braccio destro molto gonfio perché il nuovo tatuaggio non ha reagito bene sulla mia pelle. Mi sentivo una paralizzata al braccio destro più che una donna rinata dopo due anni di depressione, come mi ero con vanità immaginata qualche giorno prima dello spettacolo. Ma nessuno ha notato nulla a quanto pare. Mi sono tatuata due bande nere sull’avambraccio, due righe belle spesse indelebili come la tristezza che ha sollevato le mie palpebre in questi due orribili anni. Sono felice di stare bene ora e di aver scoperto la comicità nella mia vita. Sto recuperando forza fisica. Era da più di sette anni che non mi succedeva di poter trasferire il mio pensiero, la mia rabbia sulle mie braccia, sulle mie gambe. E’ una sensazione così armonica. Tra un mese farò un’altra esibizione. Parlerò di lesbiche che non scopano. Voglio parlare di me, raccontarmi un po’, ma solo in quelle cose che potrebbero far ridere gli altri. Credo mi riesca più facile questo. Mi hanno detto che ho una comicità molto fisica, credo sia dovuto al fatto che stare con il culo di fuori alle sfilate sopra un palco in fase adolescenziale a qualcosa mi sia servito. Per fortuna. Anche lo studio della Lingua dei Segni deve avermi facilitato di sicuro. Stare sul palco e far ridere gli altri è puro egocentrismo, e non lo dico solo io. La maggior parte degli Stand Up Comedians nelle interviste ci tiene a sottolineare che sanno che con la comicità non cambieranno il mondo, e che c’è un bisogno di attenzione e di egocentrismo che li soddisfa particolarmente. E’ una cosa davvero strana, ma infondo mi sembra che sia un egocentrismo che è decisamente più nobile di quella odiosa espressione in viso di tutti quegli uomini stupidi che ho incontrato negli anni, quando si gonfiavano come rane mentre fingevo di essere interessata alla loro vita. E loro si gonfiavano e dilatavano le loro parole che mi nauseavano per la puzza di latte e il bisogno di cura.

Per avere tempo libero per scrivere i pezzi e per pensare ho dovuto accettare un lavoro part time che mi mette molto a disagio. Lavoro in una scuola materna e seguo un bambino sordo, madrelingua LIS, fino a fine giugno per 60 ore mensili. Mi pagano bene e questo mi permette di non dover arrotondare con un altro lavoro. Sono libera dalle due del pomeriggio in poi anche se passo diverse ore dopo il lavoro a pensare a cosa ho visto a scuola. Ma come è possibile che nel 2015 ci siano ancora scuole dove tutti i bambini portano il grembiule azzurro e le bambine quello rosa? Come è possibile che un bambino di tre anni dica che il primo bacio si dà con il matrimonio e che gli anelli sono cose da femminucce? A tre anni?

Nessuno sembra stupirsi di niente. E’ invece più importante che i bambini vengano rimproverati per altre cose di cui a me non importa nulla o quasi nulla, come per esempio, quando stanno mangiando dei sassi, perché non sono in fila e non sono in silenzio, perché non si siedono bene. E’ una noia indescrivibile rimproverarli continuamente per delle regole così basilari, ma a quanto mi sembra di notare è uno dei compiti principali della maestra dell’asilo. Sto scoprendo che non serve nemmeno vedere nulla, devi semplicemente girarti a destra e a sinistra e dire con lentezza e con voce acutissima “Ma basta” e poi ti giri dall’altra parte “Piano!Giocate bene!” e poi ancora a sinistra “In fila” a destra “Ma!?Allora io cosa ho appena detto?”. Così per quattro ore, perché comunque un bambino che starà facendo qualcosa di sbagliato c’è sempre, a destra o a sinistra. E se non c’è, puoi sempre dire che era un avviso, una cosa per mantenere l’ordine. Insomma non mi piace quello che faccio anche se credo stia andando tutto bene. Non sempre però. La scorsa settimana, infatti, durante la ricreazione in giardino mi sono distratta un attimo e in quel frangente il bimbo si è sfracellato la faccia sullo scivolo e me lo sono trovato davanti a me, pieno di sangue mentre si muoveva a tentoni strillando e piangendo.Sono l’unica assistente alla comunicazione LIS che in cinque mesi potrebbe riuscire a far diventare il suo bambino da bambino sordo a bambino sordo cieco.

E’ poi una scuola religiosa con le suore che ti supervisionano all’ingresso e all’uscita. Una suora già dopo due tre giorni mi ha persino rimproverato perché non sorridevo abbastanza. Ma mica sono una barista con una quinta di tette nell’ora dell’aperitivo! Come ha saggiamente detto la mia carissima amica Federica la prossima volta che mi dice una cosa simile la inviterò ad andare a una “messa in culo”. Solo Federica sa dirmi certe cose.

Non ho mai avuto nessun interesse per i bambini e per il loro mutare così in fretta come la pelle di serpente, ma devo ammettere che sono molto dolci e mi divertono qualche volta. E’ tutto quello che gira attorno a loro ad essere inquietante.Tutti gli ambienti dove ci sono solo donne o solo uomini, la cosiddetta segregazione orizzontale, sono contesti dove la società ha palesemente fallito e dove si concentrano maggiormente ignoranza e ottusità. E le scuole materne ne sono un esempio lampante. Ci sono solo donne, o meglio quarantenni madri di paese che si auto-celebrano per il loro intuito femminile e per la loro capacità di saper cogliere i veri bisogni del bambino, che io invece, definirei con più accuratezza “andare a caso”. Il loro bisogno di conquistarsi giorno dopo giorno quella sfera di autorevolezza tipica dell’adulto nei confronti di queste creature che obbediscono alle loro regole e punizioni, mi scoraggia. Dai loro visi posso vedere il loro appagamento nel sentirsi qualcuno, mentre nel mondo continua a rullare il tamburo della loro più complice sottomissione.

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