Durante la quarantena in Italia è stato finanziato un concorso di scrittura di stand up comedy. Una cosa favolosa che neanche in Inghilterra esiste. In UK ci sono i concorsi di stand up comedy dove bisogna inviare cinque minuti di video per la prima fase di selezione, ma mai è stato finanziato da teatri importanti un concorso di questo tipo. E il motivo è molto semplice: la stand up comedy richiede una performance sul palco con un personaggio ben preciso prima di tutto. Da questo punto di partenza poi inizia la scrittura di stand up comedy su quel personaggio. Per poter saper leggere un pezzo di stand up comedy e giudicarlo adeguato o meno, bisogna un po’ conoscere la persona che salirà sul palco, che cadenza avrà, il suo ritmo e fisicità. La scrittura di stand up comedy deve essere fedele al personaggio che salira’ sul palco ed e’ per questo che di solito chi fa stand up comedy scrive su se stesso e solo su ste stesso. Piu’ si fa stand up sul palco e piu’ si riesce a scrivere lontano da esso su il proprio personaggio che si porta in scena. E’ un processo molto lungo che i comici conoscono molto bene. Un testo di stand up comedy poi deve avere sempre una caratteristica: se non ci sono battute e se non fa ridere, non e’ stand up comedy. Un monologo di stand up comedy deve fare ridere prima di tutto, la risata deve scandire tutta l’esecuzione. Un attore, invece, ha un processo interpretativo molto diverso. Il testo esiste gia’ e sta all’attore interpretarlo, partendo da se stesso, facendolo proprio.

Ma come spesso succede in Italia, ottime idee vengono poi gestite male. La giuria non era composta da comici o scrittori di comicità o umorismo, ma da attori che sfortunatamente di stand up comedy sanno davvero poco o nulla, vista la loro definizione di stand up comedy e la serietà con cui parlavano di drammaturgia e monologhi esistenziali. Nessuno della giuria ha mai fatto una serata di stand up comedy ad un open mic per principianti. Nessuno di loro ha mai scritto un pezzo di stand up comedy per il loro personaggio comico. Insomma un concorso di danza aveva come giurati dei cuochi e io così ho deciso di cucinare. Ho deciso di partecipare rispettando le loro regole di cucina. E cosi ho scritto un pezzo che non ha nulla a che fare con la stand up comedy. Altro non potevo fare. E’ un monologo scritto da un uomo, da un contadino del nord, solo, un po’ ubriaco. Un testo che non potrebbe mai combaciare con il mio personaggio sul palco.Sulla scheda di iscrizione ufficiale ho fatto partecipare mio padre. E ho vinto il terzo premio. O meglio, mio padre, Lucio Pol, contadino di 63 anni ha vinto un concorso di non-stand up comedy. Un non io, sa come si fanno le non cose.

LA FESTA DELLE LISCHE:

Altro che quarantena e state a casa. L’ultima volta che mi son sentito solo è stato nel 2013. Era estate, pieno pomeriggio e anche se dall’aspetto sembro un tipo tosto, ho anche io le mie zone, come si dice, soffici. Dopo 25 anni, senza tanti avvisi, è morto il pesce rosso. Era di mio padre all’inizio, prima che anche lui, si insomma ci siamo capiti. Io lo volevo tenere vivo questo pesce come simbolo, avevo certi ricordi, capite? Anche perché a chi lo davo sennò sto pesce? Dovevo tenermelo. Dove vai in giro con la bozza a vendere queste cose, non c’è business, capite? E son passati 25 anni. Mi hanno detto che di solito questi pesci qua non vivono così tanto, e io questo l’avevo capito che era un segnale di mio padre che voleva dirmi qualcosa. Oh, 25 anni son un mutuo, un matrimonio, son tanti. In una boccia a girare e girare…Mio padre lo aveva comprato fresco al mercato, dopo una trattativa, così mi aveva detto. La signora bionda, che vendeva gli animali all’angolo della piazza, gli aveva detto “Cinque euro di puro amore” e lui aveva provato a chiederle lo sconto, ma poi si era fatto incastrare non si sa come, e così è stato. E dopo qualche settimana anche mio papà se ne è andato e, barabin baraban, mi son trovato con questo impegno in piu’. Sì, perché io non ho mai avuto una bestia in casa, quindi ho dovuto imparare a far tutto. All’inizio mi scordavo pure di averlo, eh quante volte! E l’acqua va cambiata sennò non lo vedi piu’ perché si inscurisce tutta la bozza. Sono carini, per carità poi, però c’è un impegno dietro. Mangiano le loro cose e io mi son informato su tutto.

Quando ho capito che era morto, l’ho tolto dalla bozza e sono andato giù al bar. Oh, un uomo come me della mia età, che si fa prendere da queste cose. Eh, sì ve lo dico: ci son rimasto male. Mi è piombata una certa amarezza. Forse perché non l’ho visto invecchiare. In tutti questi anni il pesce non l’ho mai visto diverso, imbruttirsi o perdere pelle. Sapevo che sarebbe schiattato ovvio. Ma non è la stessa cosa. Da quando l’ho portato a casa è stato sempre uguale. Ma uno del bar che non conoscevo mi ha detto che si vede dalle lische che stanno cambiando. Piu’ ce ne hanno e piu’ sono vecchi. Io con lui ci ho litigato perché la cosa non ha senso. Gli ho detto chiaramente che quello non è il pesce, ma gli alberi e che si è confuso. Sono gli alberi che contando gli anelli che hanno nella corteccia, capisci quanto son vecchi. È una cosa che si sa, tra gente come noi. Ma lui mi ha detto che non si è confuso e così io non ci ho piu’ visto. Allora io gli ho chiesto di spiegarmi meglio. E lui mi ha detto che da giovani i pesci rossi hanno tante lische, ma molto piccole e crescendo diventano piu’ grandi e son di meno e che se le conti ti fai un’idea. Un’idea?” gli ho detto. “Me la sta menando!” mi son detto. “Ma che significa farsi una idea? Come fai a contargliele mentre lui si muove!” E lui mi ha detto che ci era riuscito con il suo e che si era stufato con me, a spiegarmi queste cose. E ha alzato la voce e l’oste si è avvicinato per capire. Io gli ho detto subito che non stava succedendo niente e che si parlava di pesci, ma lui chissà cosa si credeva. Sempre in malafede questi oste quando son tanto giovani. E allora io mi son alzato in piedi e lui quasi si è spaventato, ma non è successo niente. Mica potevamo metterci a far rissa su un pesce, morto, alla mia età. No, no, in questo abbiamo avuto tutti e due il controllo per farla finire là. E l’oste ha continuato a pulire i bicchieri senza guardarci, io ho fatto il signore e me ne sono andato. Ma io non volevo andare a casa, ma non potevo stare al bar dopo sta cosa del pesce, capite? In paese devi pensarci alle figure che fai con la gente e allora mi son convinto che andava bene così. E allora quando son tornato a casa ho provato, non so perché. Forse la solitudine o la sorpresa, non so. L’ avevo tirato fuori dall’acqua e messo sdraiato su un tovagliolo ad asciugare. E allora mi son avvicinato e gli ho contato tutte le lische. Io vi dico, non sono vegano, vegitano e cose così, io mangio carne e pesce, ok? Però ero là con la forchetta a contargli le lische e a girarlo su è giù e mi son detto “Mi fa impressione!”. E continuavo a contare “27, 28, 30 lische” E mi son perso! Non è stato facile, ci ho messo tre volte a contargliele tutte senza sbagliarmi. Era impossibile che quel tipo lo avesse fatto con il suo pesce vivo. Racconta balle. Alla fine, il pesce aveva 69 lische e come numero mi ha fatto pensare. Mi son sentito un poco uno stupido, ma ci ho pensato. Mio papà è morto a 69 anni proprio come il pesce che mi aveva lasciato. Non poteva essere vero e allora ho riprovato di nuovo e 69 veniva fuori. Mi son seduto. 69. Ma dai, ma son scemo. Che numero e quanti ricordi tutto ad un tratto! 69. Quanto era passato dalla mia ultima notte di fuoco con Antonietta, 69 che numero! Ah, che bei tempi quelli di sesso e spensieratezza. 69! 69 il numero del diavolo e gli anni di mio papa’ e delle lische. Come era cambiata la mia vita. Dal sesso alle lische. Solitudine.

Neanche un nome aveva quel pesce. Un fottuto pesce rosso con le sue 69 lische, non era mio padre, era solo di mio padre. Era solo un simbolo, un sentirsi ancora con lui, che ora mi diceva di camminare con le mie sole gambe. E così ho fatto e sono ritornato al bar. E mi sono riseduto. Non c’è posto migliore del bar per chi non vuole stare in compagnia con sé stesso o con un morto in casa. Vai al bar per incontrare altra gente, ma anche no. Vai al bar e paghi quella birra per non avere a che fare con i tuoi casini. Sono quattro euro per chiedere alla tua ombra di andare a farsi un giro da qualche altra parte. Otto euro per chiederle se può andare a far pisciare il tuo cane per il vicinato, e a 20 euro le stai letteralmente chiedendo di non tornare a dormire a casa quella sera, ma ti scusi per non averla avvisata prima. Io quella sera ero troppo ubriaco che non sono neanche riuscito a dirle nulla, lei ha capito e non ci siam detti niente per giorni. Ma so che alcuni di voi non capiscono e so anche chi siete: siete quelli che non vanno al bar e che la solitudine invece la cercano, perché “vi permette di trovare la pace con voi stessi”. Si, voi, lo so che mi state giudicando. Siete gli stessi che non riescono a cagare se c’è qualcuno nei paraggi. Vi serve il silenzio. Volete il silenzio di tomba quando la merda vi esce dal vostro culo, autentico e autocosciente. Solo al pensiero di sapere che c’è qualcuno che potrebbe sentirvi, vi blocca tutto il ciclo biologico della merda. Lo so che voi vi sentite superiori, diversi da me, perché voi parlate, dialogate con voi stessi. E io invece me ne fotto e vado al bar e per giorni non son riuscito ad avvicinarmi al pesce, che ora cominciava a puzzare. Non volevo buttarlo, ma non sapevo cosa farci. E allora l’ho messo in un vasetto, come se fosse un carciofino sott’olio e ho preso tempo. Ho preso tempo per pensare, mi direte voi? No. Sono stato al bar a parlare di cazzate con gli altri e non ci ho pensato. Siete ossessionati voi con questo pensare, dialogare, un fottuto silenzio lo sapete reggere? Ignorare voci che ti urlano in faccia tutto il giorno, io questo lo so fare. E anche cagare lo so fare, anche se ho un cane che mi fissa negli occhi e il padrone pure. Non mi faccio problemi io, perché io so cagare. Lo faccio in modo libero e sereno. Io sono come cago. Non come voi, amanti dello yoga e dello star bene che riescono a cagare solo se il rotolo della carta igienica è in perfetta armonia con il vostro buco del culo.

Alla fine, dopo tre giorni che facevo colazione fissando il vasetto ho deciso che dovevo fare qualcosa e allora l’ho portato al bar con me. Quando son entrato l’ho appoggiato subito al bancone e tutti mi hanno guardato. “Cazzo hai portato?” mi fa Gigi. E cosi gli ho spiegato tutta la storia e delle 69 lische. Ma ancora non capiva. “Perché hai portato il pesce qua?” Gli ho detto che non sapevo cosa farci. Non volevo buttarlo nella spazzatura. E senza accorgermene il mio pesce aveva attirato l’attenzione e tutti mi guardavano e proponevano cose. E si beveva e mi son divertito a sentir le loro cazzate. Un tipo, che vedo sempre alla sera e che beve sempre vicino all’uscita, mi ha detto che poteva sotterrarlo vicino alla sua stalla se volevo. Aveva già sotterrato due pulcini per i suoi nipoti. “Cosa ti sei fatto fuori casa? Un cimitero self-service?” Gli ho detto. La sua, era un’ottima idea e ci siamo presentati. Ivano, uno della famiglia Brosa, si chiamava e faceva l’allevatore di conigli. Mi ha spiegato dove viveva e così la mattina dopo prima di pranzo potevo andare da lui. Problema risolto. E tutto il bar ha fatto un giro di rosso, per festeggiare la decisione. E adesso ogni 12 luglio il bar Aldamidas festeggia la festa delle lische e io quella di mio padre. E tanta gente nuova entra e beve, senza sapere la storia e quelli sono i migliori. Tutti soli in compagnia.

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