Questa epidemia sta portando con sé tanti racconti e storie personali e la mia è una delle tante, tra le poche. Tra le poche, perché io faccio un lavoro quasi sconosciuto, poco pubblicizzato e perseguito. E la colpa è anche un po’ nostra perché siamo dei lavoratori che amiamo il riserbo e ci diamo da fare solo dietro le luci e i riflettori.

Agli influencer, ai calciatori e politici io mi presento: sono Silvano, faccio bare da morto. Costruisco a mano cofani funebri e bare. Ho cominciato come falegname artigiano da molto giovane. Ero bravo a far mobili e così ho avanzato la mia carriera: sono passato dalle credenze alle casse da morto. Altro che puntare in alto, altro che scontrarsi con il cosiddetto “soffitto di cristallo”, io sono andato dall’alto degli infissi, giù, in basso verso il profondo, per investire tutto sull’orizzontale. Ho dato le spalle al vetro e al cristallo per modellare il legno di rovere, di castagno, ciliegio a seconda delle possibilità. Mentre voi negli uffici fate a gara a chi prenderà il posto del vostro capo, io aspetto che quel posto sia vuoto. Non sono cinico io, faccio solo il mio lavoro, dignitoso e serio. E in questi mesi di pandemia ho cercato di accomodare qualsiasi richiesta. È un servizio importante e voglio sempre offrirlo al meglio. A volte mia moglie non capisce. Mi dice che impiego troppo tempo in minimi dettagli. Mi dice sempre “ricordati che non devono esibirla, ma nasconderla sottoterra, vieni a casa che è tardi!”. Una volta mi ha scritto “Basta, finisci oggi con questo cofano, tanto quello che conta è il contenuto!”. Non capisce come io abbia una grande passione per il legno e anche se quello che faccio non viene esposto in un piedistallo, ma nascosto sottoterra ha un valore unico per me, e forse per i vermi sottoterra. Arriverà quel giorno in cui si farà strada la professione, non del critico d’arte, ma del critico delle bare. Altro che Festival di Cannes e oscar! Ci sarà un critico che va in giro nei piu’ grandi cimiteri d’ Italia e che si occuperà di analizzare minuziosamente e con obiettività le nostre lavorazioni. E io sarò là con il mio catalogo!

Ve lo dico perché c’ è una cosa del mio lavoro che non viene detta, per non mostrarsi insensibili. Sono i feedback dei nostri clienti. Mi diverte quando penso alle recensioni di Tripadvisor che ti permette di mettere le stelle per l’apprezzamento dei ristoranti in cui hai mangiato. Magari potessi io ricevere cinque stelle! Cosa darei per leggere “Mi sono trovato benissimo, la bara sembra confortevole ed elegante, ci ritornerò di sicuro!”. Io ricevo difficilmente un commento. Il cliente viene, vede la bara e piange. Io passo settimane a costruire con le mie mani, usando tutta la mia competenza e tecniche di modellazione un prodotto finito. Penso all’estetica, alle rifiniture, è un lavoro certosino il mio, ma poi la gente arriva e che mi dice? Piange. Mi capite? Per loro la bara rappresenta la fine di qualcosa, la fine di una vita, per me la fine di un servizio. Io mi aspetto un “Va tutto bene! Tre stelle” che non arriva mai perché ho davanti a me persone che soffrono. Non vedono nemmeno quello che ho costruito, ma solo il corpo che lì dovrà giacere. E io per consolarli gli dico “Andrà tutto bene” e cerco di rispettare il loro dolore. All’inizio “Come possa aiutarla?” e alla fine “andrà tutto bene”. Sono parole che negli anni ho imparato a capire.

Se nella vita ti è capitato di stare accanto a uno che costruisce bare, e con una bara accanto a lui ti sei sentito dire “Andrà tutto bene”, chiaramente le cose non ti vanno bene. Non è il massimo, lo capisco. Non sono una figura che le persone vorrebbero contattare tutte le settimane. Se stai parlando con me è molto probabile perché ti sia morto qualcuno e magari al pomeriggio avrai pure un appuntamento dal dentista. E io per primo non vado alla ricerca disperata di clienti. Non vado a dare i miei bigliettini da visita nelle discoteche tra un cocktail e l’altro al bancone. Non l’ho mai fatto, ma ho pensato di farlo per ridere…e di chiamare la mia agenzia “Dracula”. Non posso offrire sconti con il Black Friday “bara-mazzo di fiore, prendi due paghi uno.” Ma credetemi, per molti anni, quando i clienti si mettevano a piangere stavo zitto. Stavo zitto con imbarazzo. Cosa potevo fare io, piu’ di aiutarli con una bara? La facevo, gliela mostravo, aspettavo il pianto, mandavo giù la tristezza e mi rimettevo a lavoro. Ma poi ho imparato. Un po’ come i comici professionisti, che quando solo sul palco, a seconda dell’intensità della risata capiscono chi hanno davanti e sanno come procedere, io so leggere i pianti. Ce ne sono di tanti tipi, e mi adeguo a loro con dignità. Ora lo dico forte e chiaro “Andrà tutto bene” e anche se non sono nessuno per loro, e forse neanche la bara volevano perché preferivano un’urna e la cremazione, glielo dico “Andrà tutto bene!”.

Perché ho capito che quella frase ha una miriade di significati e non spetta a me decidere che significato avrà. Io getto il seme e aspetto con curiosità di capire che germoglio verrà fuori, se mai dovesse spuntare! Dico “Andrà tutto bene” e a volte qualcuno mi ringrazia e comincia a raccontarmi del loro lutto e io gli mostro i dettagli della bara per celebrare chi non c’è piu’. Altre volte mi guardano come per dirmi “Vaffanculo! Mio papa’ è morto, fammi lo sconto!”. Come se lo avessi ammazzato io! Mia moglie dice che dovrei rispondere “Sconto solo ai semi-vivi, mi dispiace!”. È un classico in Italia. Lo sappiamo tutti, se sei un comico dovresti lavorare a gratis perché “fai solo ridere la gente” e se fai il mio lavoro dovresti lavorare gratis perché’ “fai solo scomparire la gente” …sottoterra. Come se fossi un mago, anche quello difficilmente pagato tra l’altro.

In questi mesi di quarantena ho lavorato come un forsennato. Tanti clienti che chiamavano l’agenzia funebre per avere bare di tutti i tipi. I vicini mi hanno chiesto persino se potessi creare una scatola per il loro criceto, una bara per Spenser. Ho dovuto fare una bara di 15 cm per un criceto che era cosi grosso che secondo me si era mangiato la ruota. Mai visto una cosa così. Ho pensato che gli avessero venduto una nutria per un criceto e loro non se ne fossero accorti. Comunque, a un certo punto ho dovuto dire di no alla gente, e questo è stato davvero orrendo. Dopo tutto quello che abbiamo sentito per tv e letto sui giornali, l’ultima cosa che volevo fare era dire di no a persone che volevano dare un funerale dignitoso ai loro morti, deceduti soli in ospedale. E allora ho cominciato a fare piu’ ordini del previsto e piu’ bare di quelle che mi erano state richieste, semplici niente di elaborato ovviamente. Solo per prendermi avanti e per evitare il dispiacere di dire no ai clienti. Ho lavorato 12 ore al giorno, ricevevo chiamate, accettavo la richiesta e concludevo con il mio “Andrà tutto bene” alla fine e giù a lavorare. Anche mia moglie aveva approvato l’idea e devo dire che per un mese infatti è stata una salvezza. Potevo spiegare ai clienti che c’era un po’ di attesa, ma almeno fornivo loro quello che so fare davvero, un pezzo di legno ben fatto. Da marzo fino a fine maggio è stato tutto un non stop. Poi le prime parole di sollievo dal governo, dagli ospedali, dai centri che cominciavano a svuotarsi. La gente ha ripreso pian pianino la vita da dove l’avevano interrotta. Io vi confesso che nelle ultime settimane non ho ricevuto nessuna nuova richiesta e ho ancora qualche bara vuota in piu’ che non è ancora stata assegnata. In poche settimane è tutto cambiato di nuovo. Forse è arrivato il momento per me di fermarmi. Un po’ come hanno fatto in tanti, seduti ad aspettare sul balcone di casa, e a consolarsi con pizze e pasta fatta in casa. E aspetterò. Aspetterò un andrà tutto bene. Perché quelli vanno e vengono e bisogna saperli prendere.

Ora vi saluto, e spero di non rivedervi presto. Grazie!

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