L’umorismo sordo

Venite! Seminario sull’umorismo sordo!

 

http://www.istc.cnr.it/it/eventi/%E2%80%9Clumorismo-sordo-una-performance-teatrale-lingua-dei-segni-italiana%E2%80%9D

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L’individuo sempre più solo e debole si sta ritorcendo su se stesso come un gamberetto. Idolatra la propria ombra fino a scordarsi quella più nobile delle nuvole sopra di sé. Dimentica la luce che sovrasta le vallate, i fiumi, le città, i paesini per farne un utile faro da scena per le proprie faccende personali. La stupidità che guida le sue azioni viene sempre meno additata con vergogna, ma invece  applaudita come ironica espressione dell’ io artistico. Si va strisciando con il mento a terra come i cani di tartufo in attesa del fischio del giorno.

Temo la mia ignoranza e la mia pigrizia. La temo perché mi riconosco della mia codarda generazione. Siamo codardi nello sguardo, avari negli affetti e complici di un sistema che ci vuole docili e lagnosi con moderazione. Temo la generazione che mi ha preceduta, grassa e invadente come un polipo in una bacinella.

 

Amore per un giorno

Mattino, 6 OTTOBRE 2015

Oggi ho visto gli occhi più belli

fissi in cerca di confini.

Oggi ho visto gli occhi tuoi

e niente più che il desiderio

della morte per rivederli ancora

più a lungo fino al viaggio più lungo ancora

Non so neanche cosa vorrei,

forse un tuo sguardo.

Vorrei poterlo vivere, respirando

e tenerlo ancora.

I miei occhi mentre guardano te

fino a diventare una cosa sola,

fino al sangue della tua verità.

Fino a quel momento non sono nulla

una vita che mi aspetta,

un incontro

o una parola d’amore

delirio di solitudine, disperata voglia di un sorriso

respiro colmo di lacrime

senza futuro,

senza passato,

senza presente

solo eterno amore

Le distanze

Oggi è il mio compleanno. Ho 29 anni e sono triste. Troppe distanze in questa vita.  Distanze di luoghi e di punti di vista. Di affetti lontani e incomprensioni vicine.

La lepre e la forbice

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C’era una volta una lepre con un orecchio solo. Si chiamava Elena e da tempo non faceva altro che pensare al suo terribile difetto. Voleva avere due orecchie come tutti gli altri leprotti del nido per poter sentire anche i rumori più dolci. Stanca, Elena decise che era il momento di cambiare. Voleva due orecchie e così sarebbe stato. Pensò a quell’arnese che aveva visto nell’orto, appeso ad un chiodo. Un vecchio accovacciato sull’insalata lo prendeva sempre per tagliarci l’erbetta fresca, doveva essere perfetto per tagliare in due il suo unico orecchio che aveva. Con un taglio efficace l’ avrebbe diviso finalmente in due.

Ma Elena non sapeva come utilizzare quell’arnese. Il suo amico asino, Cinzio, gli aveva riferito chiamarsi “forbice”. Bisognava imparare in fretta per poter finalmente specchiarsi sulle pozzanghere e gioire per le due belllissime orecchie. Elena pensò di chiedere aiuto a Cinzio, ma la cosa cominciò a farsi più complicata del previsto. Cinzio non sapeva utilizzarle. A suo dire erano troppo piccole per i suoi grandi zoccoli. Bisognava chiedere  aiuto ad un uccello, o ancora  meglio ad una gallina. Elena non si perse d’animo e corse subito nel pollaio a chiedere aiuto. Solo una gallina, Proserpina, la stette a sentire e si dimostrò intenzionata ad aiutarla:”Io le conosco bene le forbici!”. Appena le altre galline sentirono quella parola, cominciarono a stramazzare, a urlare, a sbattere le ali all’impazzata. “Le forbici?Le forbici?”Qualcuna urlava. Il gallo alla fine mise tutte a tacere e con violenza si pronunciò “Chi mai entra qui nel pollaio a chiedere una cosa simile?Fattene bestiaccia pelosa!”Elena non capiva. Cosa c’era poi di così spaventoso dietro quella parola. Fu proprio Proserpina a spiegarle come le forbici fossero uno strumento che lei conosceva bene, non per interesse personale, ma perché per ben due volte aveva visto morire davanti a lei le sue care sorelle per poi venir spennate per bene con una forbice insanguinata. Elena rimase sterrefatta. Non sapeva nulla di quel mondo e ancor meno della violenza inaudita che quelle due punte di acciaio potessero mai provocare. Per un attimo pensò di lasciar perdere tutto, ma dopo una stretta allo stomaco, prese fiato ed urlò “Io ho solo un’orecchio. Voglio averne due, e devo imparare a utilizzare quelle forbici. Sono venuta qui da voi per chiedere aiuto. Aiuto chiedo e spero che qualcuna di voi possa concedermelo. Aiutatemi ve ne prego!”. Il gallo cantò eun po’ alla volta tutte le galline presero le distanze da Elena per ritornare ai loro nidi di paglia. Elena arrabbiatissima corse fuori e raggiunse Cinzio quasi singhiozzando dalla rabbia. “Sono delle stupide galline!Non capiscono nulla, non fanno altro che pensare  alla loro misera vita in quel cacatoio pieno di penne e semi!”. Cinzio rise come non aveva fatto da molto e riprese a ricercar qualche fogliolina verde da mettere tra i denti. “Elena, mia cara, ma quanto sei testarda! Vorrei tanto aiutarti ma non posso. Se persino le galline si sono rifiutate, che altro possiamo fare? Credo nulla. Gli uccelli di questa zona sono di un’antipatia incredibile, non credo ti aiuteranno mai!”.Elena decise di provare anche con gli uccelli. Aspettò le prime luci dell’alba quando, in cima ad un albero, erano soliti cantare uccellini di diversi colori. Ai piedi dell’albero Elena urlò per avere la loro attenzione “Oh animali del cielo, occhi verso il celeste e sguardo verso il mondo! Aiutatemi ve ne prego!”.

All’udire un simile elogio gli uccelli scesero subito a vedere chi fosse mai quell’animale così gentile ed intelligente:

“Buongiorno Signora Leprotta, come possiamo esserle utili?”

Elena mostrò senza vergogna il suo unico orecchio e  le formici dell’orto. “Con l’aiuto di anche solo due di voi potrei farcela”. Le mancava solo quell’aiuto a lei tanto caro.

Dopo aver ascoltato in silenzio tre uccellini neri si pronunciarono con un cinquettio posato e dolce ” Dolce Elena, preferisci la morta alla tua imperfezione?”

Elena non capiva “Vi prego, non fate come le galline che”

GLi uccelli si stizzirono “Noi paragonati a dei volatili da fango? Come è possibile che a un elogio così calzante e delicato possa far seguito questo insulto così volgare e offensivo nei nostri confronti?”

Elena capì che era bene tenere a bada la sua frustrazione e la sua frettolosità. Chiuse gli occhi e rispose cautamente “Vi prego! Aiutatemi a tagliare questo orecchio, questo mio unica orecchio. Voglio farne due, per poter prendere il volo, proprio come voi, divine creature del cielo!”

Una simile richiesta non potè che ricevere consenso. Elena felice si adagiò a terra, mentre le ali nere tagliavano pian piano il suo unico orecchio. Poche ore dopo,  Elena morì tra forbici insanguinate e il canto del gallo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I sottotitoli in tv: 777

I SOTTOTITOLI IN TV: 777

La comunità sorda necessita del servizio di sottotitolazione per poter seguire ciò che viene comunicato sullo schermo delle TV italiane. E’ un servizio che permette ai sordi di prender parte e di partecipare ai dibattiti, alle discussioni e a qualsiasi forma di informazione, evitando così di essere esclusi e isolati dalla società. In Italia questo servizio il più delle volte non viene offerto. Nel caso della RAI, il servizio di sottotitolazione copre solo il 30% dei programmi. Con il testo che segue si mette in luce la mancanza di attenzione e di sensibilità nei confronti di una minoranza fortemente discriminata sul piano dell’informazione e della sua accessibilità.

Nell’assurdità della situazione creata, la RAI trasmette i programmi con dei sottotitoli enormi tanto da sembrare uno schermo di un karaoke, viene in realtà messo in luce l’assurdità dell’attuale discriminazione dei sordi italiani. Una giornalista, Elena Curiosonella, viene ricevuta nello studio del responsabile alla comunicazione Rai, il signor Eustachio, che cerca di difendere in modo confusionale e goffo la posizione escludente e discriminante della RAI nei confronti dei sordi in Italia. Le incomprensioni e fraintendimenti tra i due udenti vogliono accentuare il problema delle barriere comunicative che anche gli udenti esperiscono nella loro quotidianità e che dovrebbero essere dunque motivo di riflessione e sensibilizzazione nei confronti di una minoranza fortemente discriminata.

Nel gennaio del 2014 i sordi italiani fanno appello al diritto all’informazione, chiedendo il servizio di sottotitolazione in TUTTI i programmi televisivi. La Rai agisce tempestivamente alla richiesta, ma il servizio lascia intravedere qualche problema tecnico. L’ente nazionale sordi di Roma manda una comunicazione scritta: “I caratteri sono giganti. Non volevamo il karaoke.

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La giornalista Elena Curiosonella è andata a intervistare il responsabile alla comunicazione Rai, il signor Eustachio, che le ha dedicato dieci minuti del suo tempo prezioso per capire meglio quanto accaduto. Dopo le presentazioni formali Curiosonella è andata subito al cuore della questione.

CURIOSONELLA: Presidente, ma come è potuto succedere? Qual è il problema principale? Perché non si può fornire il servizio di sottotitolazione nella TV italiana?

EUSTACHIO: Chi ha parlato di problema principale scusi?

CURIOSONELLA: L’ente nazionale sordi (l’ENS) ha fatto notare che i sottotitoli dovrebbero stare in basso e non coprire tutto lo schermo.

EUSTACHIO: Ehh è divertente lei, voi giornalisti siete sempre un po’ così, ma la situazione è molto più complessa quando si lavora DA DENTRO alle cose. Comunque, quello che erroneamente l’Ente Nazionale Sordi ha chiamato karaoke in realtà è l’ultima tecnica sviluppata nelle TV europee e anche al cinema. E’ una tecnica molto sofisticata. Il tipo di carattere utilizzato è quello che Steve Jobs aveva elaborato nei sui ultimi anni. Queste cose magari non si sanno perché noi non vogliamo ringraziamenti per questo, ma ci tengo a sottolinearlo con tanto di sottotitoli qui che non siamo gli ultimi sprovveduti…

CURIOSONELLA: Ma effettivamente non si vede più nulla Presidente Eustachio. I sottotitoli dovrebbero stare in basso e permettere la visione e…

EUSTACHIO: Senta stiamo parlando dei sordi o cosa adesso? Se vuole dar voce ai problemi dei ciechi lo dica subito! Anzi lo faccia dire a loro che problemi di voce non ce ne hanno.

CURIOSONELLA: No, ma guardi che lei sta confondendo i piani della questione

EUSTACHIO:No lei viene qui al terzo piano con le sue domande solo per mettere in cattiva luce l’azienda. Mi sembra, eh! Prima i sordi ora i ciechi, lei vuole farsi la paladina della giustizia dei…

CURIOSONELLA: Ma che dice?

EUSTACHIO: Ma basta. I sordi non avevano pieno accesso ai sottotitoli nei programmi televisivi, ora possono leggere tutto! Ce lo vuole dare questo merito?

CURIOSONELLA: Ma sono giganti. Sembra davvero un karaoke. Leggere è una cosa, guardare la TV un’altra.

EUSTACHIO (con più calma): Ma vede, noi pensavamo ai sordi più anziani e a chi non riesce a leggere bene da lontano. Ora anche senza occhiali sono sicuro che sapranno apprezzare la qualità del nostro servizio.

CURIOSONELLA: Ma i sottotitoli devono stare sotto le immagini o comunque avere delle dimensioni da SOTTOTITOLO, io non come spiegargliela questa cosa

EUSTACHIO: A rieccoci!Allora togliamo tutto!Noi Italiani non sappiamo mai apprezzare nulla del nostro paese. Via anche la musica e il karaoke allora solo perché i sordi non lo vogliono!

CURIOSONELLA: Ma qui STIAMO delirando scusi. i sordi non si stanno lamentando del K…

EUSTACHIO: No, LEI STA delirando..non usi termini da comunismo spicciolo “NOI stiamo” che non servono. Quindi di che cosa dovremmo parlare esattamente mi dica!

CURIOSONELLA: Sì ecco appunto: se mi permette, guardi qua l’ENS ha scritto

EUSTACHIO: Ma sì l’ho già letta sta cosa!Sta cosa che non vogliono il karaoke.

Ma si rende conto che stiamo attraversando una crisi pazzesca? Non abbiamo più soldi per nulla oramai. Io capisco che dobbiamo venire incontro ai bisogni di tutti, ma lei deve capire che non è semplice. Partiamo con i sordi anziani e poi si vedrà.

CURIOSONELLA: Cosa si vedrà scusi? Non si vedono le scene ora, le scritte sono troppo grandi occupano tutto lo schermo.

EUSTACHIO: Ma parlavo della situazione in generale io…IN FUTURO, a breve, P-R-E-D-E-R-E-M-O provvedimenti diversi, capisce quello che stavo dicendo? Un passettino alla volta

Le sto dicendo che con il tempo (mettiamo un tempo x) sapremo offrire un servizio completo di sottotitolazione ai sordi. Ci dia del tempo.

CURIOSONELLA: Ah ma questo è eccezionale. Finalmente una bella notizia! Quindi lei si sa assumendo un incarico di notevole responsabilità ora, lei Presidente. Lei sta parlando di diritto all’informazione ai sordi nel suo ufficio comunicazione RAI.

EUSTACHIO: Sì

CURIOSONELLA: E che cosa ci canta adesso?

EUSTACHIO: “Lasciatemi cantare di Toto Cutugno.”

CURIOSONELLA: Quale sarebbe? Scusi?come fa?

EUSTACHIO: Ma lei è veramente stonata.

CURIOSONELLA: Non la conosco che le devo dire.

EUSTACHIO: Non posso cantare in ufficio adesso, ma si metta anche lei il 777 a casa. Di sicuro la conosce. Ora vada, vada va che io qui ho da fare.

CURIOSONELLA: Benissimo, la ringrazio

EUSTACHIO: Si figuri è il mio lavoro.

La visibilità delle minoranze

IL CONVEGNO IN LIS

Dal 2006 (legge 20 febbraio 2006, n. 95) il termine sordomuto è stato sostituito con il termine SORDO  con grande gioia da parte della comunità sorda italiana. Rivolgersi a loro, scrivere e informare altre persone utilizzando  il termine SORDO  è un’occasione di orgoglio e rispetto per la loro cultura e identità. I sordi non sono dei NON udenti, ma delle persone che sono fiere di esprimere una cultura identitaria differente da quella della maggioranza. Il testo che segue mette in luce l’ignoranza che sta alla base di molti stereotipi e pregiudizi degli udenti nei confronti dei sordi, della loro lingua e degli interpreti LIS.

I tecnici in sala discutono sugli spazi e su come predisporre il proiettore, le sedie per i relatori e per il pubblico del convegno “Comunicazione e barriere comunicative” in Lingua dei Segni Italiana.

GIULIO: Hanno detto che verranno molto SORDI, c’è scritto qua sul comunicato

MARCO: Dai deficiente si dice sordomuti. Guarda che se ti sentono! Bella questa eh?

GIULIO: Eh sì forte. Comunque qua c’è scritto sordi. Dai allora qua dicono che verranno molti sordi e muti e che dobbiamo “predisporre bene le sedie per garantire visibilità a tutti per il”

MARCO: E che cosa significa? Non è che siamo al cinema con le poltrone rialzate. Chi arriva  prima si metterà davanti e poi se  c’è qualche gigante che per fare lo stronzo si mette proprio davanti ad un nano, oh, che ci possiamo fare noi? Venite prima, no?

GIULIO: “predisporre bene le sedie per garantire visibilità a tutti per il aspetta Marco, “per il servizio di interpretariato in Lingua dei Segni Italiana (LIS)

MARCO: Ah sì sì, lo so! Sono quelle tipe del  TG! Quelle che  usano le mani, le muovono tutte.

GIULIO: Ma dai pure loro vengono. Ma che convegno carino, “una cosa diversa”. Un’esperienza diversa!

MARCO: Almeno quello voglio dire: ogni tanto il nostro lavoro ci dà qualche stimolo nuovo. Quindi?

GIULIO: Allora mettiamo le tipe interpreti della TV davanti in prima fila con la scritta sulla sedia POSTI RISERVATI e i relatori ovviamente staranno sul palco

MARCO: Aspetta, aspetta. Mi sta venendo in mente una cosa stratosferica.I sordomuti alle prime file, la gente normale nelle ultime. Eh? Così facciamo vedere che abbiamo una marcia in più quanto a sensibilità

GIULIO:Ferma tutto Marco. Ci sono solo sordomuti mi sa. Perché sul foglio c’è scritto “PREVISTI pochi udenti”

MARCO: Pochi udenti? Ma che termini sono!?

GIULIO: Senti, ehehe,  io c’ho mio cugino che non ci sente tanto bene  e so che lui fa fatica  a sentire tutto. Secondo me sarebbe carino che facessimo che I MENO sordi li mettiamo dietro e quelli PIU’ sordi davanti

MARCO: Ma dai ma sei pazzo? E come glielo dici?

GIULIO: Ma dai! Ma mica glielo diciamo noi. Lo diciamo all’hostess bella e sorridente che dirà all’ingresso qualcosa del tipo “per CHI SENTE UN PO’ è meglio andare davanti, tra le prime file”. Una cosa carina così. Capito?

MARCO: Forse sarà il contrario: I  PIU’ sordi DAVANTI  così almeno possono sentire qualcosa, mentre i sordi che un po’ ci sentono dietro perché  sennò sembra che avvantaggiamo quelli che sento già. Capito?

GIULIO: Ma no, guarda che se dici così li discrimini. Anche i sordi che stanno dietro devono poter sentire tutto. C’è scritto qua sul comunicato. Dare visibilità a tutti. Vuoi che ci licenzino?

MARCO: Ah ma qua si stanno riferendo alla vista! Ma quanto siamo scemi. I sordi “quelli più sordi” proprio perché non sentono li mettiamo dietro perché vedono meglio da lontano

GIULIO: Azzarola come mi stupisci oggi. Beh in effetti non ci avevo pensato a questa cosa. Quando uno non ha un senso potenzia l’altro in effetti. Non mi stupirei che vedessero meglio

MARCO: Sì, ma aspetta, cosa devono vedere alla fine se la gente poi insomma ecco parla

GIULIO: Eh ma infatti questa cosa dei sordi davanti e dietro non funziona…E come facciamo? Ma potevano darci qualche indicazione in più questi qua di Venezia però!

MARCO: Circondiamoli!

GIULIO: Chi? In che senso?

MARCO: Senti qua: i relatori li mettiamo in mezzo alla sala e poi disponiamo tutte le sedie attorno così non abbiamo più il problema dei  sordi davanti e  dietro

GIULIO: Vero, genio! No, no aspetta un attimo. Abbiamo ancora  i sordi davanti ai relatori e i sordi dietro ai relatori. Non è che abbiamo molto spazio Marco qua. Se arriva  tanta  gente come fai?

MARCO: Eh ma questi sordi però non stanno mai fermi

GIULIO: Facciamo una cosa a ferro di cavallo: relatori al ferro e i sordi al cavallo eheeh

MARCO: Che battuta sarebbe questa? Stai dando proprio i numeri tu ora. Dai mettiti serio: dicevamo. Mettiamo le sedie a ferro di cavallo così non abbiamo il problema dei sordi più sordi e sordi meno sordi e tutti stanno seduti

GIULIO: Ma perché tu avevi considerato anche la gente in piedi?

MARCO: Beh se c’è qualche gente che sente benissimo tipo noi.

GIULIO: Ah GENIO.Ma scusa ma se ci sentono bene di sicuro vedono male: andrebbero messi davanti allora

MARCO: Vera anche questa cosa qua che mi dici. Dai perfetto “udenti” come c’è scritto sul comunicato li mettiamo davanti e poi oh i primi che arrivano si mettono dietro. Così lasciamo spontanea la cosa

GIULIO: Eh sì perché così noi non stiamo discriminando nessuno

MARCO: Esatto. Al massimo si metteranno d’accordo tra di loro. Che poi non si dicano cose assurde sulla discriminazione

GIULIA: Dai dai basta parlare, vai sposta questo.

Globalselfie

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Una delle realtà più inquietanti di questa globalizzazione è che siamo casualmente esposti a comparire nella vita di sconosciuti. E’ un fenomeno che sfugge al nostro controllo e che succede tutti i giorni dappertutto, mentre camminiamo, mangiamo in un pub, ad un concerto, durante un seminario. In pochi istanti, secondi, i nostri corpi vengono immortalati accanto a figure ignote con un semplice scatto fotografico. E in un attimo, inconsapevoli di tutto, ci ritroviamo nei ricordi cartacei, multimediali di qualche sconosciuto in qualche parte del mondo.

Ipotizziamo un uomo di 30 anni. In quante foto sarà mai comparso nel corso della sua vita? Trecento?In quale stato d’animo è stato maggiormente immortalato e quali delle sue parti del corpo sono visibili nelle foto di questi sconosciuti?E tu?In quante foto e come eri durante uno di questi momenti? Sei curioso di vederti, di stupirti di te stesso in una di queste foto?

Scarica la nuova APP di THE VENETIAN: Globalselfie e potrai percorrere tutta la tua vita sullo sfondo di qualcun’altro.

 

Jules Renard

La vie est courte, mais l’ennui l’allonge 

(1902, Journal du 24 mai)

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La vita è corta, ma la noia l’allunga

Umorismo britannico e umorismo americano

ecco

[…]The American Sense of Humor, however, has absolutely nothing to do with serious things like making money, or working hard, ot consulting one’s personal dietitian. A British person would find it hard to refer to any of these activities without some sort of jokey remark, since it wouldn’t be right – even after a decade of Mrs T – to be seen to be trying too hard. An American would not confuse his conversation parteners by adding inappropriate humour; for them it wouldn’t be right not to be seen to be trying too hard.

THE PUNCH. BOOK OF UTTERLY BRITISH HUMOUR (1990), 9 p.

Appunti per i ricordi

E’ da un po’ che non scrivo più su The Venetian. Stanno succedendo tante cose nuove in questi primi mesi dell’anno, ma come sempre non riesco a raccontarle, né a parole né per iscritto. Questo è stato sempre uno dei miei più grandi difetti da quando ho otto anni. Le mie peripezie se ne vanno e con loro anche i miei propositi e le angosce del momento senza che io realizzi che al centro di quel racconto c’ero solo io e che nessun altro ne potrà fare filo da tessere. Per tanti anni ho anche pensato che il passato non avesse bisogno di essere nominato perché il corpo con i suoi movimenti lo avrebbe fatto da sé, senza quelle artificiose interpretazioni che sono insite nei meccanismi logici della parola scritta o parlata e che fanno delle nostre vite calcare superfluo. Tutto quello che abbiamo provato con sincerità e tutto quello in cui abbiamo creduto profondamente è in qualche movimento del nostro viso, gomito e piede ed emerge come un zampillo di acqua fresca anche quando vorremmo che non ci fosse, che non facesse più parte di noi. Fino a poco tempo fa pensavo che tutte le esperienze fossero scritte inconsciamente nel nostro attuale modo di essere, e che la narrazione della parola ne avrebbe solo sminuito la forza e autenticità. Ora comincio a pensare di aver abusato del mio corpo, di non averlo rispettato abbastanza mentre lasciavo che cicatrici e movimenti lo forgiassero piano pianino senza mai un rimprovero della mente o l’esitare di una  penna. Ora comincio a pensare che la vita sia forse troppo ricca per poter bersagliare il nostro corpo senza il setaccio indiscreto della parola che ammorbidisce e attutisce i colpi della felicità e della delusione sui nostri fragili corpi. Ciononostante, il solo pensiero di dover stendere, uno in fila all’altro, quello che sento e vedo mi fa sentire impotente, ansiosa. Ho la sensazione di chiudere un cerchio che cerchio non è. Qualcosa mi frena e questo suo esitare mi dà fiducia e serenità. Ma per ora voglio provare a sforzarmi un po’ ed eccomi qua a scrivere qualcosina.

Mi sono innamorata. A prima vista. Di nuovo. Non so perché ho un cuore così vivace e mi rattrista pensare di non avere mai un po’ di tregua. Si chiama Carmela e ha un corpo scolpito dalla dolcezza, sguardo forte e movimenti sicuri. Vorrei tanto poterglielo dire come ho sempre fatto in passato, spaventando la gente con la forza dei miei sentimenti, puri e violenti. Ma non questa volta. Non voglio più fare questo errore. Anche se non nego di aver già contattato la mia carissima amica Anna che ha una fioreria a ben un’ora da casa, per chiederle di consegnare il più bel mazzo di fiori a Carmela e di riferirmi la sua reazione e quella dei suoi colleghi di lavoro. Anna è così gentile nei modi e l’ho immaginata più volte avvicinarsi a lei pronunciando il suo nome con grande curiosità, porgendole tra le mani il mio bigliettino amoroso. Sarà poi mai la scelta più indiscreta? Forse sì, ma mai quanto la sua presenza nelle mie giornate. La vedo e la guardo e per il resto della giornata non faccio nient’altro. E quindi non le manderò nemmeno quei fiori, per adesso. Credo le piacciano le donne perché dal suo sguardo intenso e silente lascia trapelare dell’imbarazzo che le donne eterosessuali non hanno. Ma poi ogni giorno i suoi atteggiamenti mi sembrano sempre più complicati e sempre più intriganti che non saprei dirlo con convinzione.

La desidero e la temo come i petali di una margherita.

L’ho fatta ridere più di una volta per delle cose che non ho fatto di proposito. Qualche giorno fa ci siamo scontrate all’angolo e io per non andarle completamente addosso ho tenuto le mani in alto. Volevo dirle scusa ma avevo in bocca un foglio di carta. Non so bene perché me l’ero messo proprio in bocca, ma la gente esagitata come me sa bene a cosa mi riferisco quando dico che non so perché l’ho fatto. La mia faccia così in difficoltà, per essermela trovata davanti, così vicina ai miei occhi per un solo attimo e per quel maledetto foglietto che tenevo tra le labbra senza avere la possibilità di dirle nulla, l’ha fatta sorridere in modo molto discreto.Credo di essere buffa per lei. E credo che la cosa non mi piaccia poi molto.

Il 26 Febbraio a Milano per la commemorazione della morte del mitico Bill Hicks ho fatto il mio primo pezzo sul palco da Stand Up Comedian. Era un pezzo su chi si occupa di “Economia e Marketing” e sul loro modo di parlare con tutto quel lessico di marketing in inglese. Io non li sopporto proprio perché per loro il linguaggio è solamente brand e il loro più grande sogno è quello di vestirsi casual il venerdì in azienda. E’ andata molto bene anche se avevo un braccio destro molto gonfio perché il nuovo tatuaggio non ha reagito bene sulla mia pelle. Mi sentivo una paralizzata al braccio destro più che una donna rinata dopo due anni di depressione, come mi ero con vanità immaginata qualche giorno prima dello spettacolo. Ma nessuno ha notato nulla a quanto pare. Mi sono tatuata due bande nere sull’avambraccio, due righe belle spesse indelebili come la tristezza che ha sollevato le mie palpebre in questi due orribili anni. Sono felice di stare bene ora e di aver scoperto la comicità nella mia vita. Sto recuperando forza fisica. Era da più di sette anni che non mi succedeva di poter trasferire il mio pensiero, la mia rabbia sulle mie braccia, sulle mie gambe. E’ una sensazione così armonica. Tra un mese farò un’altra esibizione. Parlerò di lesbiche che non scopano. Voglio parlare di me, raccontarmi un po’, ma solo in quelle cose che potrebbero far ridere gli altri. Credo mi riesca più facile questo. Mi hanno detto che ho una comicità molto fisica, credo sia dovuto al fatto che stare con il culo di fuori alle sfilate sopra un palco in fase adolescenziale a qualcosa mi sia servito. Per fortuna. Anche lo studio della Lingua dei Segni deve avermi facilitato di sicuro. Stare sul palco e far ridere gli altri è puro egocentrismo, e non lo dico solo io. La maggior parte degli Stand Up Comedians nelle interviste ci tiene a sottolineare che sanno che con la comicità non cambieranno il mondo, e che c’è un bisogno di attenzione e di egocentrismo che li soddisfa particolarmente. E’ una cosa davvero strana, ma infondo mi sembra che sia un egocentrismo che è decisamente più nobile di quella odiosa espressione in viso di tutti quegli uomini stupidi che ho incontrato negli anni, quando si gonfiavano come rane mentre fingevo di essere interessata alla loro vita. E loro si gonfiavano e dilatavano le loro parole che mi nauseavano per la puzza di latte e il bisogno di cura.

Per avere tempo libero per scrivere i pezzi e per pensare ho dovuto accettare un lavoro part time che mi mette molto a disagio. Lavoro in una scuola materna e seguo un bambino sordo, madrelingua LIS, fino a fine giugno per 60 ore mensili. Mi pagano bene e questo mi permette di non dover arrotondare con un altro lavoro. Sono libera dalle due del pomeriggio in poi anche se passo diverse ore dopo il lavoro a pensare a cosa ho visto a scuola. Ma come è possibile che nel 2015 ci siano ancora scuole dove tutti i bambini portano il grembiule azzurro e le bambine quello rosa? Come è possibile che un bambino di tre anni dica che il primo bacio si dà con il matrimonio e che gli anelli sono cose da femminucce? A tre anni?

Nessuno sembra stupirsi di niente. E’ invece più importante che i bambini vengano rimproverati per altre cose di cui a me non importa nulla o quasi nulla, come per esempio, quando stanno mangiando dei sassi, perché non sono in fila e non sono in silenzio, perché non si siedono bene. E’ una noia indescrivibile rimproverarli continuamente per delle regole così basilari, ma a quanto mi sembra di notare è uno dei compiti principali della maestra dell’asilo. Sto scoprendo che non serve nemmeno vedere nulla, devi semplicemente girarti a destra e a sinistra e dire con lentezza e con voce acutissima “Ma basta” e poi ti giri dall’altra parte “Piano!Giocate bene!” e poi ancora a sinistra “In fila” a destra “Ma!?Allora io cosa ho appena detto?”. Così per quattro ore, perché comunque un bambino che starà facendo qualcosa di sbagliato c’è sempre, a destra o a sinistra. E se non c’è, puoi sempre dire che era un avviso, una cosa per mantenere l’ordine. Insomma non mi piace quello che faccio anche se credo stia andando tutto bene. Non sempre però. La scorsa settimana, infatti, durante la ricreazione in giardino mi sono distratta un attimo e in quel frangente il bimbo si è sfracellato la faccia sullo scivolo e me lo sono trovato davanti a me, pieno di sangue mentre si muoveva a tentoni strillando e piangendo.Sono l’unica assistente alla comunicazione LIS che in cinque mesi potrebbe riuscire a far diventare il suo bambino da bambino sordo a bambino sordo cieco.

E’ poi una scuola religiosa con le suore che ti supervisionano all’ingresso e all’uscita. Una suora già dopo due tre giorni mi ha persino rimproverato perché non sorridevo abbastanza. Ma mica sono una barista con una quinta di tette nell’ora dell’aperitivo! Come ha saggiamente detto la mia carissima amica Federica la prossima volta che mi dice una cosa simile la inviterò ad andare a una “messa in culo”. Solo Federica sa dirmi certe cose.

Non ho mai avuto nessun interesse per i bambini e per il loro mutare così in fretta come la pelle di serpente, ma devo ammettere che sono molto dolci e mi divertono qualche volta. E’ tutto quello che gira attorno a loro ad essere inquietante.Tutti gli ambienti dove ci sono solo donne o solo uomini, la cosiddetta segregazione orizzontale, sono contesti dove la società ha palesemente fallito e dove si concentrano maggiormente ignoranza e ottusità. E le scuole materne ne sono un esempio lampante. Ci sono solo donne, o meglio quarantenni madri di paese che si auto-celebrano per il loro intuito femminile e per la loro capacità di saper cogliere i veri bisogni del bambino, che io invece, definirei con più accuratezza “andare a caso”. Il loro bisogno di conquistarsi giorno dopo giorno quella sfera di autorevolezza tipica dell’adulto nei confronti di queste creature che obbediscono alle loro regole e punizioni, mi scoraggia. Dai loro visi posso vedere il loro appagamento nel sentirsi qualcuno, mentre nel mondo continua a rullare il tamburo della loro più complice sottomissione.

Questioni di sesso

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Un ragazzo mi ha chiesto qual è secondo me la differenza tra “il sesso eterosessuale e quello tra due donne”.

“Forse le donne risparmiano sui fazzoletti?” ho pensato ad alta voce.

A quel punto lui mi ha fatto notare come le lesbiche sprechino molti soldi con i vibratori, mentre le donne che amano gli uomini posso avere certe cose a gratis.Devo con dispiacere riconoscere che in questo senso il ragazzo ha pienamente ragione: le lesbiche spendono molti soldi con i vibratori forse, ma mai quanto un figlio non voluto. E questo non lo penso io, me l’ha detto sua madre.

Gli insulti

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Se ad un vostro bacio saffico in pubblico segue un “lesbiche di merda”,

chi vi ha espresso il suo dissenso non è un omofobo,

ma un guardone coprofago.

La pragmaticità

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La lega in Veneto ha sempre saputo risolvere i problemi con molta pragmaticità.

A Treviso avevamo il problema dei barboni che dormivano sulle panchine alla stazione. Hanno tolto le panchine. Problema risolto.

Poi abbiamo avuto il problema dei venditori di rose ai semafori. Hanno tolto i semafori. Problema risolto.

Una volta ho detto a un leghista che a mio avviso c’è un problema di campanilismo italiano. “Togliamo i campanili” è stata la sua proposta.

A quel punto i preti si sono lamentati perché per loro il vero problema da risolvere è piuttosto quello della  l-e-g-a-lità italiana.

Gipi e la satira

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«La satira secondo me c’ha una regola sola: che deve andare dai deboli verso i potenti. Chi fa satira deve appartenere a una minoranza, o essere in una condizione di debolezza, e deve lavorare su quelli che sono più forti o che hanno il potere. […] Quando il potente o chi lavora per il potente fa satira su chi il potere non ha, non fa satira, è un’altra cosa. Quella cosa è prepotenza, è fascismo» Gianni Pacinotti

L’INTERVISTA A GIPI: http://www.ilpost.it/2015/01/15/gipi-invasioni-barbariche/

IL TEST: Sei Cocainomane?

Qualche piacere eccessivo per la cocaina?

Sì.

No.

Forse?

SCOPRITELO! Ecco il test che fa per voi:

Sì.

NO.

FORSE.

020199-470-cocaina

Tiri tutti i giorni qualche grammetto e il tuo dolce preferito è il tiramisù.

SI-NO-FORSE

Senti che potresti tirare anche le strisce pedonali se possibile.

SI-NO-FORSE

Ci hai comunque provato.

SI-NO-FORSE

Sospetti che l’unica cosa positiva della tua vita siano le analisi delle urine.

SI-NO-FORSE

Una volta hai provato a cercare su internet chi avesse inventato l’aspirapolvere.

SI-NO-FORSE

Credi che i viaggi di testa siano sempre meno dispendiosi di una vacanza Valtur.

SI-NO-FORSE

Non vedi nessun nesso tra la tua vita e l’inquinamento da polveri sottili.

SI-NO-FORSE

Sai che cos’è il SERT, il SerD perché ti piacciono le parole in inglese.

SI-NO-FORSE

Credi che i bagni  siano posti sottovalutati come zone di aggregazione.

SI-NO-FORSE

Hai rubato uno specchietto del motorino perché ti serviva.

SI-NO-FORSE

Sai come risolvere i tuoi problemi di apatia, ma non come credono tutti.